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Truffa agli Stati Uniti per progetti ad Herat La Gaspari Menotti: «Siamo stati fregati»

27 Luglio 2018 K2_ITEM_AUTHOR  Il Tirreno Ms Carrara

L'azienda era fornitrice del faccendiere coinvolto nell'inchiesta
I vertici della società: ci devono ancora pagare 170.000 euro

 

CArrAra I soldi degli Stati Uniti, i progetti di ricostruzione in Afganistan dopo la guerra del 2001, l'inchiesta dell'Fbi. Gli ingredienti per un thriller all'americana ci sono tutti. Invece si tratta di un'indagine che, partita dagli Usa, si ramifica fino a Carrara, fino al colosso delle macchine Gaspari Menotti. Perché al centro dell'inchiesta c'è Adam Doost, faccendiere del doppio passaporto americano e afgano, di cui la Gaspari Menotti è stata fornitrice. Gli ha fornito, in particolare, un impianto di produzione che avrebbe dovuto essere allestito proprio in Afganistan per un importante progetto di ricostruzione nella zona di Herat. È lì, infatti, che la Equity Capital Mining, la società di cui Adam Doost era titolare, avrebbe dovuto realizzare un mega progetto per una cava di marmo. E al colosso delle macchine carrarese, l'imprenditore chiede la fornitura dell' impianto. Ora l'Fbi sospetta che Doost, utilizzando fondi governativi finalizzati alla ricostruzione dell'Afganistan, abbia frodato il governo americano per una cifra complessiva di 16 milioni di dollari. In particolare - questa la tesi accusatoria - avrebbe gonfiato i costi , "alterando" le fatture in modo da ottenere fondi più cospicui. Gli inquirenti statunitensi passano al setaccio tutte le relazioni commerciali dell'imprenditore. E tra quelle relazione c'è anche quella con l'azienda carrarese. Siamo nel 2010 e il colosso della macchine ha una compagine societaria diversa da quella attuale. Nel 2016, infatti, Gaspari Menotti chiede - e poi ottiene - un concordato in continuità e nel febbraio 2018 nasce una società nuova: la Gaspari Menotti Technologies, con nuovi soci (la Bigigi e l'imprenditrice Daniela conti) per un investimento complessivo di 10 milioni di euro. È quindi la vecchia società, che oggi non esiste più, quella che ha avuto relazioni con Doost, relazioni - precisano oggi gli ex vertici - di fornitura: « In questa vicenda siamo parte lesa. Nel 2010 ci è stato chiesto un impianto di lavorazione per l'Afganistan, una commessa dal valore complessivo di circa 1,6 milioni di euro, ma quell'impianto non è stato pagato interamente. All'allora Gaspari Menotti non è stata versata l'ultima tranche da 170.000 euro, l'azienda vanta, quindi, un credito nei confronti della società dell'imprenditore americano oggetto di indagine. Gaspari Menotti è parte lesa e non è coinvolta nell'inchiesta». Se non come testimone: gli Stati uniti, infatti, hanno chiesto una rogatoria per poter ricostruire i rapporti di Doost con i fornitori italiani. La competenza di quella rogatoria è della Corte di appello di Genova perché è nel distretto di quella Corte che ricade Carrara in cui aveva sede il più grosso fornitore, la vecchia Gaspari Menotti appunto. Nei giorni scorsi i magistrati genovesi, coordinati dal pubblico ministero Maria Chiara Paolucci, hanno ascoltato i rappresentanti delle aziende italiane che hanno avuto a che fare con Doost (sempre come testimoni). E ieri sarebbe stato sentito l'uomo che nel 2010, per conto dell'azienda carrarese, si è occupato della commessa destinata all'Afganistan. Sarebbe perché chi era al vertice della società nel 2010 smentisce che ci siano stati interrogatori: «Quattro o cinque anni fa ci vennero chieste informazioni in merito all'impianto di lavorazione destinato all'Afganistan poi più nulla». --C.S.

 

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