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Anche i familiari carraresi delle vittime del 1991 all'inaugurazione della piazza davanti a Carrarafiere La ferita aperta del Moby Prince «Vogliamo giustizia»

15 Aprile 2018
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CARRARA È una ferita ancora aperta, il rogo del Moby Prince consumatosi nella notte del 10 aprile 1991. Ieri, alla memoria delle vittime è stato dedicato il piazzale antistante l'ingresso di CarraraFiere, sul lato di viale Cristoforo Colombo.Alla cerimonia erano presenti il sindaco Francesco de Pasquale, il presidente del consiglio comunale Michele Palma e la consigliera Barbara Bertocchi, l'ex senatrice pentastellata Sara Paglini ,il presidente dell'Anmil Massa-Carrara Paolo Bruschi e i familiari delle vittime carraresi Lido Giampedroni e Cesare Romboni. «La tragedia ha toccato profondamente il nostro territorio - ha ricordato Palma - spezzando anche le vite di Marco Andreazzoli, di Ortonovo, e Liana Rispoli, nata a Licciana Nardi». «Ringraziamo le istituzioni che non ci hanno abbandonato - ha dichiarato Loris Rispoli, fratello di Liana e membro del "comitato 140" - l'11 aprile la Regione Toscana ha invitato a parlare il presidente della commissione d'inchiesta sul Moby Prince Silvio Lai (Pd): mi sono detto orgoglioso di essere toscano. La commissione ha stabilito una verità che noi abbiamo gridato per 27 anni. La perizia del tribunale stabilì che le vittime erano morte subito; oggi sappiamo che per qualcuno la vita è durata ore, molti avrebbero potuto essere salvati. C'è stata la volontà di occultare la verità. Oggi non vogliamo sentirci dire che il reato è prescritto, il dolore non va in prescrizione».«È una lotta che portiamo avanti da anni - ha dichiarato Marina Caffarati, moglie di Giampedroni - io stessa ho trascorso un anno a Livorno. Grazie alla senatrice Sara Paglini siamo riusciti a portare avanti la nostra battaglia». Durante il suo ultimo mandato, Paglini chiese e ottenne l'istituzione di una commissione d'inchiesta sul disastro, «Oggi sappiamo che i soccorsi non sono stati indirizzati verso la nave investitrice, che non fu la nebbia la causa della collisione, che non partirono i soccorsi. Dal momento dell'incidente ci venne ripetuto incessantemente il mantra che tutti i passeggeri erano morti. Mi telefonarono per dirmi che mio marito era già spirato, mi chiedevo: ma come fanno a saperlo?».«27 anni senza una verità e colpevoli sono troppi - ha aggiunto Bruschi - come presidente dell'Anmil, che da oltre 70 anni tutela i diritti di infortunati, vedove e orfani del lavoro, ricordo che in questa tragedia 54 dei 140 morti erano marittimi e stavano lavorando, esercitando un loro diritto. Troppo spesso si lavora in assenza delle più elementari norme di sicurezza».Ha unito i propri sforzi a quelli del comitato 140 anche Adele Tusa, madre di Giuseppe Tusa, vittima della tragedia della Jolly Nero: un cargo che il 7 maggio del 2013 impattò contro la torre dei piloti del porto di Genova, causandone il crollo. Rimasero uccise 9 persone, tra cui il sottufficiale carrarese Gianni Iacoviello. «Il filo conduttore di tutte le tragedie è il dio denaro - ha dichiarato Tusa, che porta sempre con sé la foto del suo ragazzo, appena 25enne - «L'avevo affidato nelle mani delle istituzioni, che me lo hanno restituito in una cassa di legno. La nave era una carretta, il porto un budello, dove giganti del mare sfioravano le finestre della torre a 5 metri: nel '99 una nave ci sbatté contro. La torre dei piloti era fragile. L'equipaggio ha pagato, ma l'armatore è rimasto impunito. Mio figlio chiede giustizia».Irene Rubino

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