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«Un tesoro che non valorizziamo» Dalla Sgf di Torano le sculture vanno in tutto il mondo: «Ma Carrara non sa sfruttare neppure il nome di Michelangelo»

20 Aprile 2017
K2_ITEM_AUTHOR  Il Tirreno Massa Carrara
di Luca Barbieri CARRARA «Abbiamo iniziato quasi per scherzo, all'inizio degli anni Settanta. Eravamo tre ragazzi, tre amici, appena usciti dalla Scuola del Marmo, ma allora funzionava diversamente: lavoravamo già il marmo, da ragazzini, per sette ore al giorno. Ora il laboratorio fa parte praticamente della storia di Carrara».Torna indietro con la memoria e ripercorre tappe e ricordi del laboratorio carrarese, Mario Fruendi socio della Sgf di Torano (via Carriona di Ravaccione). Era il 1971, per l'esattezza, quando è nato il laboratorio e i tre ragazzi all'epoca (Mario Fruendi, appunto, Silvio Santini e Paolo Grassi) hanno cominciato a "fare sul serio". Sono passati quasi 40 anni da allora e ci sono opere targate Sgf in tutto il mondo: in Italia, ovviamente, ma anche Cina, Giappone, Stati Uniti, Australia, Belgio, Svizzera, Germania per citare alcuni paesi. Altrettanti, poi, sono gli scultori internazionali che con il laboratorio di Torano hanno collaborato o collaborano ancora oggi, come Richard Erdman, Max Bill, Maki Nakamura, Jan Dries e Larry Kirkland, tra gli altri. «Adesso, tra le altre opere, un lavoro per Richard Erdman di bardiglio nuvolato andrà a Taipei», dice Fruendi. «Noi - aggiunge - lavoriamo per il 99% con sculture per scultori di tutto il mondo».Interrompiamo Mario Fruendi proprio mentre è alle prese con un'opera marmorea dalle misure contenute, «questa mi serve per una riproduzione ancora più grossa», precisa. Leggi Sgf e pensi subito alla Cadillac in marmo, ma anche alla sfera di piazza Gramsci a Carrara, di cui in laboratorio conservano una riproduzione più piccola. Ma ovviamente anche il Buscaiol di Felice Vatteroni, un'opera di ben 5 metri che si può osservare in Vaticano, "Continuitat II", in granito, di Max Bill che si trova a Francoforte (proprio davanti alla sede centrale della Deutsche Bank), il monumento per Martin Luther King di Larry Kirkland che è ad Atlantic City e "Passage" di Richard Erdman collocata nei giardini della Pepsi Cola a New York. E si potrebbe continuare ancora con una lunga lista di opere passate e altre in via di realizzazione, tra quelle rimaste in Italia, oppure quelle destinate ad altre nazioni, ma il filo del discorso riprende da dove tutto nasce, da Carrara, una città che per Fruendi non è mai riuscita a valorizzare adeguatamente ciò di cui dispone. «Bisogna - spiega Fruendi - fare eventi, certamente, ma il discorso è più ampio, è una questione di mentalità, culturale. Non riusciamo a valorizzare ciò che abbiamo. Un piccolo aneddoto a riguardo. In uno dei viaggi per un'opera negli Stati Uniti ho incontrato una persona a cui Richard Erdman mi ha presentato scherzosamente come "pronipote di Michelangelo", per via del mio mestiere e della mia provenienza. Ecco, questa persona è rimasta esterrefatta e fissava le mie mani. Questo - continua - per far capire il potenziale che abbiamo, noi invece non sappiamo valorizzare nemmeno la casa che qui a Carrara ha ospitato realmente il grande Michelangelo. Abbiamo la fortuna di avere già una grande attrazione, qual è il marmo, dobbiamo studiare qualcosa per fare di più». Intanto, suggerisce lo scultore, questa "valorizzazione" dovrebbe ripartire dai più giovani: «ci vuole qualcosa per attirare i giovani, rimettiamo per esempio la Mostra artigiani del marmo». E presto il ragionamento coinvolge, inevitabilmente, Scuola del Marmo, quella scuola che lui ha fatto e in cui si è formato, ma anche l'Accademia di Belle Arti. «Noi siamo in grado di insegnare ai più giovani», osserva il socio Sgf, «la città - prosegue - dovrebbe valorizzare di più la lavorazione artigianale, le conoscenze del marmo che abbiamo». Laboratorio e scuola, quindi, come prima proposta per formare giovani, prediligendo la scultura priva dell'utilizzo di robot e per cui chiosa: «noi per ora manteniamo la lavorazione senza robot, manuale». Valorizzazione, eventi, giovani, tra le proposte e poi l'appello: «non facciamo morire Carrara - conclude lo scultore carrarese - con tutto quello che abbiamo non possiamo sempre leggere il cartello "vendesi" per le strade della città».

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