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STAZZEMA L’artista Charles Gilber Kapsner, allievo di Nerina Simi, ha donato al Comune di Stazzema un’opera. Il sindaco e l’assessore alla cultura: “Si rafforza il legame con il mondo nel nome della famiglia Simi” In tempo per gli auguri di buon anno, l’artista statunitense Charles Gilber Kapsner che fu allievo della scuola di Nerina Simi a Stazzema ha voluto donare un’opera che raffigura una veduta del Minnesota luogo da cui l’artista proviene. Il Comune di Stazzema ha avviato in questi anni un percorso di valorizzazione dell’opera di Filadelfo Simi e della figlia Nerina che alla morte del padre, raccolse l’eredità di Filadelfo e diresse la scuola di cui tutti voi siete stati allievi sino alla sua morte, nel 1987. Molti degli allievi sono diventati ormai a loro volta artisti conosciuti ed apprezzati a livello internazionale. Kapsner frequentò agli inizi degli anni ’70 la scuola di Nerina Simi a Firenze dove cominciò i suoi studi, tornando molte volte in Toscana ed anche a Stazzema, come quando nel 2014 partecipò alla collettiva degli allievi di Nerina Simi al Palazzo della Cultura in Cardoso.

La cava Valsora non può continuare la sua attività. Il 23 dicembre la commissione paesaggio del Comune di Massa ha espresso parere negativo alla proroga della Pronuncia di compatibilità ambientale (Pca) per il progetto di escavazione di Cava Valsora. Un veto decisivo che è arrivato nell’ambito della conferenza dei servizi convocata dal Parco delle Alpi Apuane il quale non ha potuto far altro che prendere atto del diniego del Comune e, a sua volta, non ha rilasciato la proroga della Pca. Le motivazioni sono tante, ma, solo per citarne alcune, c’è il fatto che la società concessionaria abbia «disatteso», fino a oggi, tutti gli accorgimenti necessari per «evitare qualsiasi contaminazione delle acque presenti nella vasca che attualmente accoglie la colonia di tritoni apuani. Qui infatti, quando la cava era chiusa, si è formata un’oasi dei rari tritoni apuani. E l’intervento, così come proposto dalla società, secondo la commissione paesaggio del Comune, costituisce «un rischio per le specie e gli habitat presenti e rilevanti ai fini della tutela della biodiversità». Da qui il voto contrario. Il tritone apuano, per ora, è salvo.

Marmo, telecamere all’impianto di pesa


MONDO CAVE di Melania Carnevali
MASSA Telecamere nell’impianto delle Capannelle - l’unico presente nel territorio comunale - per controllare chi e come pesa il marmo. Lo prevede il programma di accertamenti alle cave, con cui il Comune di Massa ha deciso di portare avanti una serie di controlli nelle miniere di marmo delle Alpi Apuane, da quelli puramente ambientali a quelli fiscali, per verificare, in sostanza, che i concessionari siano rispettando le regole. Tutte. Un “atto dovuto”, verrebbe da dire, visto la marea di esposti con cui gli ambientalisti hanno riempito in questi anni la Procura e la Corte dei Conti e che non potevano più rimanere inascolati. Adesso il Comune torna a occuparsi del pubblico, con un programma di verifiche dettagliato contenuto nella delibera di giunta pubblicata lo scorso 30 dicembre. A partire proprio dalla verifiche “fiscali”. L’installazione delle telecamere alla pesa era un percorso ormai obbligato, dal momento che presto – i lavori sono in corso - l’impianto diventerà elettronico e avrà di un “controllore” a distanza. Le videocamere serviranno quindi per controllare che il marmo venga pesato in maniera corretta, ma soprattutto che tutti i concessionari massesi pesino in quell’impianto. Alcuni marmisti infatti, invece di far scendere i camion da Canevara, li facevano passare da Arni e pesavano lì il marmo. L’impianto poi è stato chiuso e i concessionari hanno iniziato a pesare per conto proprio il marmo comunicando poi i dati a Master. Mancava quindi una qualsiasi forma di controllo. L’amministrazione ha quindi imposto che tutti i camion si fermino a Capannelle. E per verificare che lo facciano ha deciso di ricorrere alle telecamere. E questo è solo uno dei punti contenuti nel programma di accertamenti. La giunta ha infatti dato mandato al dirigente all’Ambiente, Fabio Mercadante, all’ex dirigente al settore, Maria Stella Fialdini, e all’ufficio cave di verificare anche le modalità di smaltimento dei rifiuti speciali. Come la marmettola, lo scarto di lavorazione del marmo che continua a finirci quasi inesorabilmente nei corsi d’acqua. Il risultato è visibile a tutti: da monti a mare, gli argini del Frigido sono completamente bianchi. Nonostante i continui allarmi e le infinite relazioni di Arpat che mettevano in guardia circa la pericolosità della marmettola per i corsi d’acqua - la marmettola funziona come il cemento ed è capace di seccare qualsiasi corso d’acqua, senza dimenticare che è sempre mescolata ad altri metalli tossici per l’uomo - la politica locale non ha mai mosso un dito. Adesso lo farà, questa almeno è la speranza: controllerà che i rifiuti vengano trattati come tali nelle cave e, nel caso di irregolarità, «verranno assunti provvedimenti che si ritengo necessari o opportuni», si legge nella delibera. E non solo. L’ufficio cave e i dirigenti dovranno anche verificare che le cave massesi siano compatibili con le nuove previsioni urbanistiche e con la classificazione acustica. E ancora: dovranno accertare «l’eventuale sospensione dell’attività oltre il termine consentito e senza preventiva autorizzazione del Comune», avviare accertamenti amministrativi con «assunzione o proposizione dei provvedimenti conseguenti» in caso di procedimenti penali in corso o conclusi a carico dei concessionari, fare un inventario dei terreni di proprietà comunali nella sezione “amministrazione trasparente”, verificare che ci siano i presupposti per l’ampliamento delle autorizzazione all’escavazione «in rapporto - si legge ancora - alla destinazione delle aree alle quali l’ampliamento si riferisce» e infine una relazione «dettagliata» sull’avvenuto svolgimento o meno dei «controlli quantitativi estratti», quelli che la normativa vuole vengano fatti ogni due anni per monitorare lo stato di avanzamento del piano di coltivazione e che il Comune non ha (quasi) mai fatto.

 

 

associazione oro bianco

CARRARA Il processo sulla “tassa marmi”, quello per intenderci che ha visto sfilare in tribunale lo scorso giugno i vertici delle ultime due amministrazioni carraresi e delle associazioni di categoria del lapideo, chiamati a rispondere di abuso di ufficio è da rifare. Lo sostiene, esposto alla mano, Oro Bianco, un’associazione fondata dagli iscritti al sindacato di base Usi-Lel con il dichiarato intento di intervenire sulle questioni legate alla gestione del pianeta lapideo. A fine giugno il giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Massa Antonia Aracri aveva dichiarato il “non luogo a procedere” per tutti i 15 imputati eccellenti del processo, rigettando l’accusa ipotizzata dal procuratore capo Aldo Giubilaro secondo la quale il sindaco Angelo Zubbani e le sue amministrazioni, durante la stagione degli accordi con le associazioni di categoria, avrebbero individuato tariffe sui materiali lapidei favorevoli agli industriali e quindi svantaggiose per le casse del comune di Carrara. Un impianto accusatorio bocciato dal gup, che ha prosciolto tutti, dichiarando appunto il non luogo a procedere. Contro questo pronunciamento si è mobilitata Oro Bianco che proprio in questi giorni sta inviando un esposto agli organi competenti: l’ Agenzia nazionale anti corruzione di Raffaele Canonte, i Tribunali di Torino e Genova, il Difensore Civico Regionale e quello della Comunità Europea e per conoscenza, al Tribunale di Massa e all’amministrazione carrarese. La tesi dell’associazione è semplice: «Il procuratore Giubilaro aveva segnalato quattro possibili elementi di illegalità ma il Gup ha omesso di pronunciarsi su uno di essi, quello relativo al mancato rilascio delle concessioni» spiega Luca Albertosi di Oro Bianco. Nell’esposto dell’associazione si ricorda appunto che l’impianto accusatorio della procura era incentrato sulla violazione dei principi di “onerosità” e “proporzionalità” tra valore di mercato dei materiali e l’entità della tassa (più precisamente del canone di concessione sugli agri marmiferi e del contributo regionale), sul fatto che gli stessi canoni fossero stati concertati quando per legge dovrebbero essere determinati autonomamente dal Comune e sul mancato rilascio delle concessioni, «il punto “trascurato” dal Gup» precisa Albertosi. Su questa presunta “omissione” si basa l’esposto che proprio in questi giorni è in fase di notifica presso gli enti competenti. L’obiettivo, spiegano da Oro Bianco, è quello di «interrompere la paralisi innescata dal mancato rinvio a giudizio, fare luce sul rilascio delle concessioni, riaprire il cosiddetto processo sulla “tassa marmi” e perché no, sensibilizzare l’opinione pubblica sull’importanza della gestione del settore lapideo». L’associazione aveva provato a costituirsi parte civile nel processo ma si era vista respingere la richiesta dal Tribunale di Massa. Cinzia Chiappini

 

CARRARA «Luca Ragoni, con il suo intervento zeppo di censure nei confronti degli "industriali", interpreta in modo esemplare i vizi di una politica screditata che continua ad auto assolversi riversando sugli altri le proprie responsabilità». È tranchant la replica dell’Associazione industriali all’intervento del presidente del consiglio comunale di Carrara, il piddino Ragoni, appunto, il quale aveva parlato di “chiusura e arretratezza” di una classe di imprenditori “che preferiscono “spendere centinaia di migliaia di euro per i ricorsi contro le norme sulla tassa marmi” invece di fare filantropia come i Bill Gates o investire sul territorio. “Senti chi parla” è il senso della risposta del presidente dell’Assindustria Erich Lucchetti: «Invece di fare un esame di coscienza sulla qualità dell'azione svolta da chi, lui compreso, ha amministrato il territorio negli ultimi decenni, Ragoni si alza in cattedra e lancia un j'accuse generico sugli industriali. Il suo intervento di Ragoni non ha un vero filo conduttore e non meriterebbe risposta; ma i suoi toni particolarmente aggressivi richiedono un commento perché rischiano di soffocare il confronto appena riaperto tra amministrazione e associazioni sulle politiche del marmo». Sulla sicurezza del lavoro nelle cave, imprese e Associazione Industriali, garantisce Lucchetti, «non hanno abbassato la guardia; molto è stato fatto in questi anni, insieme ai lavoratori e ai dirigenti del Servizio Sicurezza; siamo consapevoli che occorre fare ancora di più per elevare gli standard di sicurezza e sosterremo tutti gli sforzi i per avanzare ulteriormente su questa strada». Sul fronte della responsabilità sociale dell'impresa, contrattacca poi, «Ragoni mette in uno stesso paniere i piccoli imprenditori del marmo con un gruppo di miliardari statunitensi. A parte l'improprio accostamento, non si può disconoscere l'azione di molti imprenditori locali che sostengono sistematicamente iniziative attività sociali (Caritas, enti culturali, attività sportive, volontariato, ecc… ); la sensibilità verso chi chiede aiuti è diffusa e, nel suo insieme, ha mosso e muove consistenti risorse». Quanto alle alle accuse sui costi della strada dei marmi (Ragoni aveva detto: “se ne facciano carico gli imprenditori”), la replica di Lucchetti è facile: «Ricordiamo per la cronaca che progetto, esecuzione, coperture finanziarie e limiti alla circolazione dei mezzi non sono stati decisi dall'Associazione industriali ma dal consiglio comunale. Riteniamo che Ragoni conosca i numeri del bilancio del Comune; che sappia quanto incassa ogni anno dal settore marmo (17 milioni nel 2014; più di 20 nel 2016) e a quanto ammonta ogni anno il costo dei debiti contratti (7,5 milioni). Invece di lanciare accuse che svaniscono davanti ai crudi dati dei bilanci, farebbe meglio a dedicare tempo ed energie alla spending review e a impegnarsi in una azione di trasparenza che tante persone reclamano da tempo, ovvero ricostruire in modo dettagliato come sono spesi e dove vanno a finire i 10 milioni di euro che, al netto dei costi della strada dei marmi, residuano nei conti del Comune». Infine, la questione ricorsi: «Tutti faremmo volentieri a meno dei tribunali. Tutti possono sbagliare ed anche gli "industriali" hanno commesso i loro errori ma Ragoni dovrebbe chiedersi, con un po’ di umiltà in più, perché il Tar ritiene palesemente illegittimi i provvedimenti adottati dal consiglio comunale da lui presieduto. Caro Ragoni, in tutta franchezza, si dedichi a cose più serie».

Via Melara, qui comandano i camion

Citofoni divelti dai mezzi pesanti, polveri, fango e marmettola. Gli abitanti vanno in Procura

CARRARA Basta con i camion in via Melara. Gli abitanti della zona, supportati da Legambiente e Federconsumatori hanno presentato un esposto alla Procura della Repubblica per chiedere di mettere fine a una situazione insostenibile che si protrae da 5 anni. Il problema è quello del transito di camion e grossi autoarticolati, diretti alla segheria Smc, che generano polveri, imbrattamenti, danneggiamenti alle proprietà e rischi per l’incolumità dei pedoni. I residenti di via Melara, si badi, non chiedono la chiusura della segheria, ma solo misure di mitigazione dei disagi. Che sono tanti, relenca Legambiente: «Rischi per la salute derivanti dall’inalazione delle polveri sollevate dai camion in uscita dalla segheria anche a causa dell’incuria in cui viene lasciato il piazzale della segheria, invaso da marmettola. Rischi per l’incolumità delle persone, derivanti dal transito di mezzi pesanti in una strada (via Melara) la cui ristrettezza costringe i pedoni ad appiattirsi contro il muro per non essere schiacciati. Frequenti danneggiamenti delle proprietà (muri di confine sulla strada, terrazzi, cassette postali, pilastri, citofoni, soglie di ingresso ai giardini), urtate dai camion per la ristrettezza della sede stradale; danni peraltro non risarciti poiché i conducenti si allontanano senza lasciare le proprie generalità né denunciare alla propria assicurazione il danno arrecato. Imbrattamento di cancelli, porte, finestre, arredi da giardino causati dalle polveri e dagli schizzi fangosi sollevati dalle ruote». Da anni, ormai. la gente di via Melara ripete al sindaco, agli assessori, alla polizia municipale e all’Asl, richieste di intervento. Mai ascoltate. E allora, adesso, si sente presa in giro dal muro di gomma fatto di rimpalli tra funzionari, assessori, sindaco. Da qui la decisione di rivolgersi alla Procura. Ma anche l’annuncio di proteste «clamorose». Intanto, Legambiente chiede al sindaco una immediata dichiarazione pubblica di impegno e l’adozione, (anche in autotutela), di una seriedi misure per allentare i disagi: un’ordinanza che imponga alla Smc di tenere costantemente pulito il suo piazzale e di installare all’uscita un impianto di lavaggio delle ruote e della scocca, con l’obbligo di lavaggio e sosta di sgocciolamento per tutti i camion in uscita. La verifica dell’adeguatezza di via Melara ad accogliere il transito dei mezzi pesanti garantendo sia l’incolumità dei pedoni sia l’assenza di danneggiamenti e la conseguente istituzione del divieto di transito a quegli automezzi che non soddisfino tali requisiti. Forte limitazione della velocità dei mezzi pesanti e installazione di dossi dissuasori di velocità nei punti più critici; installazione di un sistema di video sorveglianza volta ad individuare i responsabili di danneggiamenti alle proprietà dei residenti.

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Versilia Produce

VersiliaProduce è un periodico trimestrale pubblicato da Cosmave che costituisce una realtà consolidata e unica nel panorama della stampa di settore che si avvale di firme esterne (imprenditori, rappresentanti di enti locali, ingegneri, etc.) che commentano eventi, promuovono dibattiti e approfondiscono aspetti tecnici.
Il giornale è distribuito via posta in oltre 2000 aziende del territorio apuo-versiliese e dei maggiori comprensori lapidei italiani (Verona, Tivoli e Rapolano, Puglie, Sicilia, Sardegna, Piemonte); VersiliaProduce è anche diffuso in occasione di fiere, workshop e manifestazioni di settore.

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